Le montagne irripetibili.

Diversi anni fa, Ugo di Vallepiana, pioniere dell'alpinismo apuano, in un breve articolo dal titolo: "la montagna irripetibile", apparso sulla rivista mensile del Club Alpino Italiano, rievocava una sua singolare esperienza. Prima della Grande Guerra, in una fase di alpinismo ancora esplorativo, aveva compiuto sulle Apuane una interessante ascensione di un torrione roccioso imprecisato. Terminato il conflitto, era tornato per ripetere l'ascensione in compagnia d'un amico, ma aveva dovuto constatare con stupore che la cima da lui scalata non esisteva più, erosa dall'avanzare d'una cava. La montagna, sia pur modesta, era dunque "irripetibile": egli sarebbe rimasto il primo ed unico salitore d'un qualcosa dissolto nel nulla.

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Ad una prima lettura, la vicenda un po' surreale che aveva fatto "sparire" una montagna, e così fissato per sempre nel tempo una modesta ascensione, circondava d'un alone vagamente epico fatti e persone. Dunque sulle Apuane per un destino singolare, era possibile quello che non era concesso neppure ai salitori delle più alte cime Himalaiane: legare in modo irripetibile e per sempre il proprio nome ad una montagna ... che non c'era più.

Già, questo era il problema, un "non c'era più", riferito non a qualcosa di lieve come una piuma o una foglia, ma a quelle masse rocciose, immutabili testimoni delle vicende umane, che sono le montagne.
Per questo dettaglio, il vago senso di compiacimento che traspariva dalla narrazione del vecchio alpinista cedeva gradatamente il passo al senso di sgomento e di profonda malinconia che ogni fenomeno concluso e irrevocabile porta con sé. Se esiste infatti, tra le innumerevoli motivazioni che spingono ad affrontare la montagna, un bisogno d'esclusività e di affermazione di sé che viene lusingato dalla realizzazione di qualcosa d'irripetibile, esiste anche ed è forse più forte, una seconda anima dell'alpinismo che in apparente contraddizione con la prima, ricerca la continuità con il passato e un legame col futuro.

In questa prospettiva, che il teatro delle nostre "imprese", siano esse semplici escursioni, salite impegnative, o anche il lavoro secolare, rimanga uno sfondo stabile e duraturo, è della massima importanza. Su questo sfondo naturale, o per meglio dire grazie ad esso, noi possiamo accostarci sul filo delle sensazioni e delle emozioni a quanti ci hanno preceduto su queste montagne e fare d'un itinerario non solo un fatto tecnico, ma un calarsi in una dimensione costituita di panorami, di colori, di luci, di suoni, di odori, di scenari, e perché no di fatica, di lavoro, di vita vissuta che è quella stessa in cui si sono mosse le generazioni passate. In ciò, che ne siamo consapevoli o no, ci è dato di stabilire con chi ha agito in questo scenario, alpinista o semplice montanaro, un legame di conoscenza più autentico di qualsiasi nozione. Perchè questo accada, tuttavia, dobbiamo percepire la natura come spettatrice immutabile, come riferimento immobile di fronte allo scorrere delle generazioni. Questo vale in particolare per un ambiente severo come la montagna in cui spesso le uniche logiche dell'agire a cui riaccostarsi sono la pura passione sportiva o il caparbio spirito d'adattamento dei montanari, cose che nascono in ogni caso dai luoghi e che senza di essi appaiono spesso prive di senzo. Sulle Apuane, purtroppo, molti luoghi non esistono letteralmente più ed esse s'avviano ad essere montagne "irripetibili" in cui questa simbiosi col passato, non solo quello più remoto, ma anche soltanto il nostro personale o quello della nostra generazione d'alpinisti è sempre più inattuabile. L'azione continua di degrado e di trasformazione dell'ambiente ad opera dell'attività estrattiva totalmente incontrollata ha fatto scomparire luoghi unici delle nostre montagne, confinandoli nel limbo d'un ricordo ormai scisso dalla realtà e per sempre "irripetibile". Forse è per questa consapevolezza che anche lo spettacolo degli scenari più belli è legato sulle Apuane ad un senso di precarietà che spinge ad imprimere nella memoria ogni scorcio, come se potesse domani scomparire. In questa dimensione di provvisorietà, com'è possibile oggi ripercorrere l'esperienza di solitudine alpina comunicata un tempo da un luogo come il Passo della Focolaccia? (...) Com'è possibile tornare nel fondovalle di Renara e ritrovare la pace aspra delle vallate massesi, svenduta in cambio di camion carichi di ghiaia che ogni 4 minuti portano al piano in pezzi interi crinali, rendendo invivibili paesi del fondovalle?

Si potrebbe continuare a lungo con questi esempi di degrado sotto gli occhi di tutti e raccontare di quello che erano il Passo e il M. Sella, del Corchia, dell'Altissimo, del Canal Cerignano, delle vallate di Forno e di Biforco e dei numerosi luoghi oggi irriconoscibili rispetto a quello che erano solo poche decine d'anni fa. Basti dire, tuttavia, che a contato con essi è difficile non solo capire il passato, ma mantenere anche un filo di continuità fra noi e il futuro. Potranno le generazioni che verranno dare un senso alle nostre fatiche, alle nostre avventure, senza un contesto ambientale che le renda comprensibili? Oppure ci ostineremo a portare in luoghi ormai muti per la devastazione i nostri figli, nella speranza che il "fantasma" dei luoghi comunichi a loro anche solo una vaga parvenza del nostro entusiasmo passato?

Cosa fare per questo stato di cose, per questo degrado che appare inarrestabile? Qualcosa dobbiamo pur tentare, per impedire almeno che questa distruzione prosegua, intaccando, com'è nei progetti, le poche zone ancora integre. Il nostro libro vuole dare a tutto questo un suo modesto contributo.
Viene da domandarsi, di fronte alle iniziative dei numerosi Enti, fra cui il CAI, che si propongono la salvaguardia dell'ambiente montano, di fronte ad un'istituzione come il Parco delle Apuane che, benché meritevole di plauso, appare spesso impotente ad arginare la devastazione dell'ambiente, viene da domandarsi quali pretese può avanzare un piccolo volume come il nostro. Ebbene, crediamo che se una sensibilizzazione dell'opinione pubblica può essere ancora tentata, essa debba avvenire anche attraverso iniziative come la nostra, che mirano in definitiva a far conoscere con la pratica dell'escursionismo vissuto a tutti i livelli, la bellezza delle nostre montagne. Il nostro contributo è sicuramente modesto da un punto di vista tecnico e per la portata che esso potrà avere nell'opinione pubblica, tuttavia, non lo è per l'entusiasmo con cui ci siamo adoperati per cercare di trasmettere ad altri le nostre esperienze. Anche in questo senso, tuttavia, dobbiamo riconoscere di non aver fatto altro che restituire in minima parte quanto la montagna ci ha dato, pagando così un doveroso debito.

Tratto dall'introduzione del libro "Le montagne irripetibili"